Repubblica Islamica: Transizione, Rischi di Frammentazione e Nuovo Ordine Regionale
Dinamiche di transizione, rischi di frammentazione e il nuovo paradigma della sicurezza in Medio Oriente
In questa analisi analizzo la traiettoria di instabilità strutturale della Repubblica Islamica dell’Iran nel biennio 2025-2026, valutando le implicazioni di un potenziale collasso del potere centrale sulla sicurezza regionale e globale.
L’analisi si focalizza sulla degradazione della catena di comando e controllo (C2) degli assetti strategici, con particolare enfasi sulla vulnerabilità del vasto arsenale missilistico e sulla sicurezza delle riserve di uranio arricchito. Attraverso l'esame della dicotomia tra forze regolari (Artesh) e paramilitari (IRGC), l’analisi delinea i possibili scenari di transizione: dalla rinascita democratica alla "balcanizzazione" etnica, fino al rischio di una deriva giuntista nazionalista.
Vengono inoltre esaminate le ripercussioni sistemiche sugli allineamenti geopolitici di Russia e Cina e la potenziale riconfigurazione della minaccia terroristica transnazionale a seguito dell'implosione del proxy network di Teheran. L’obiettivo è fornire una base valutativa per gestire la transizione di un attore che, da perno di instabilità, potrebbe evolvere in un pilastro della nuova architettura di sicurezza mediorientale o determinarne un ulteriore e pericoloso squilibrio.
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1. Introduzione: Il Collasso del “Contratto di Sicurezza”
L’opinione condivisa dagli analisti suggerisce che la Repubblica Islamica dell’Iran, intesa come progetto politico unitario, abbia esaurito la sua spinta propulsiva. La legittimità del regime, storicamente fondata sulla promessa di garantire sovranità e sicurezza (”deterrenza”) in cambio di limitazioni alle libertà civili, è stata erosa. La violazione dello spazio aereo e territoriale iraniano da parte di attori esterni (menzionati esplicitamente come Israele e Stati Uniti) ha infranto il mito dell’invulnerabilità dei Pasdaran, rendendo la caduta del sistema non più una questione di “se”, ma di “come”. Il regime si presenta oggi come un attore svuotato, incapace di gestire le istanze di una popolazione che non cerca riforme interne, ma un cambio strutturale. Le proteste attuali non sono meri disordini per il carovita, ma la manifestazione di una rottura definitiva del patto sociale.
2. Scenari di Transizione Interna: Il Modello “Pahlavi” e la Resilienza Istituzionale
La società iraniana del 2026 è spesso descritta come "moralmente divorziata" dallo Stato. Questo significa che le proteste hanno generato leader locali (studenti, sindacalisti, avvocati) che formano l'ossatura di una potenziale nuova classe dirigente. Inoltre, la rivoluzione sociale guidata dalle donne rimane il motore principale del cambiamento, garantendo che qualsiasi nuovo assetto politico debba necessariamente includere una parità di diritti senza precedenti nel mondo musulmano. Con queste premesse, in caso di caduta del regime, lo scenario più accreditato è quello di una transizione guidata ma non monarchica.
La Leadership di Transizione: La figura di Reza Pahlavi emerge come catalizzatore centrale, non per una restaurazione dinastica (esplicitamente rigettata), ma come garante di un processo costituente. Il modello proposto prevede un periodo interinale di 24-36 mesi guidato da un “consiglio decisionale”, mirato alla legalizzazione dei partiti, alla stesura di una nuova Costituzione e alla stabilizzazione economica.
Capitale Umano e Burocrazia: Contrariamente alle esperienze traumatiche di Iraq (2003) o Libia (2011), l’Iran possiede un “deep state” amministrativo resiliente. Le istituzioni pubbliche, molte delle quali preesistenti al 1979, e un vasto capitale umano di professionisti, potrebbero garantire la continuità dei servizi essenziali, prevenendo il collasso totale dello Stato durante il vuoto di potere politico.
3. Il ruolo delle Forze Armate: Artesh vs. Pasdaran
La chiave della stabilità durante la transizione risiede nella dicotomia tra le due anime militari del Paese:
L’Artesh (Esercito Regolare): Storicamente percepito come il difensore dei confini e della patria piuttosto che del clero. In caso di rivolta generalizzata, le fonti suggeriscono che l’Artesh potrebbe scegliere la neutralità o schierarsi attivamente con i manifestanti per prevenire un massacro civile, agendo come garante dell’ordine nazionale durante il vuoto di potere.
I Pasdaran (IRGC): Essendo i beneficiari diretti del sistema, sono i più propensi a una resistenza a oltranza. Tuttavia, una loro possibile frammentazione interna (tra la base, stanca delle repressioni, e i vertici corrotti) potrebbe portare a scontri fratricidi o, come ipotizzato in precedenza, a un colpo di stato militare volto a “scaricare” il clero per salvare l’istituzione militare stessa.
4. Il Fattore Economico e la Ricostruzione
Il successo di qualsiasi nuova leadership dipenderà dalla rapidità con cui riuscirà a invertire il declino economico:
Ritorno ai Mercati Internazionali: Una caduta del regime porterebbe alla revoca immediata di gran parte delle sanzioni. Questo sbloccherebbe miliardi di dollari in asset congelati e permetterebbe all’Iran di modernizzare le proprie infrastrutture petrolifere e del gas.
Fuga dei Cervelli: Un nuovo governo democratico o tecnocratico punterebbe sul rientro della vasta e qualificata diaspora iraniana (milioni di professionisti in Occidente), accelerando il processo di ricostruzione del capitale umano e tecnologico del Paese.
5. La Questione della Giustizia Transizionale
Un punto cruciale per la stabilità interna sarà la gestione del passato:
Epurazioni vs. Riconciliazione: Come gestire milioni di membri dei Basij e funzionari del regime? Le fonti indicano che un modello basato sulla “Verità e Riconciliazione” (stile Sudafrica) potrebbe essere necessario per evitare una guerriglia interna, pur garantendo processi giusti per i crimini più gravi commessi dalla leadership suprema.
6. Lo Scenario della “Giunta Militare” (Golpe dei Pasdaran)
Uno degli scenari più temuti è la trasformazione dell’Iran in una dittatura militare nazionalista.
Sganciamento dal Clero: Di fronte al collasso della legittimità religiosa, i vertici dei Pasdaran (IRGC) potrebbero rimuovere la leadership clericale per preservare i propri immensi interessi economici.
Nazionalismo Pragmatico: Una giunta militare potrebbe abbandonare l’ideologia pan-islamica in favore di un nazionalismo persiano aggressivo, cercando un accordo di sopravvivenza con le potenze regionali in cambio della fine del supporto ai gruppi terroristi (Hezbollah, Houthi).
7. I Rischi di Frammentazione: Lo Spettro della “Balcanizzazione”
Il rischio maggiormente evidenziato non è il cambio di regime in sé, ma la minaccia all’integrità territoriale. L’Iran è un mosaico etnico complesso; in assenza di un forte potere centrale, le spinte centrifughe potrebbero intensificarsi:
Focolai Secessionisti: Gruppi curdi a ovest, azeri a nord-ovest, il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, il movimento Ahwazi nel Khuzestan (ricco di petrolio) e Jaish al-Adl nel Baluchistan rappresentano vettori di instabilità.
Il Ruolo delle Potenze Esterne: La debolezza di Teheran potrebbe invitare attori esterni a fomentare queste divisioni per indebolire geopoliticamente l’Iran. Tuttavia, la tenuta dei confini (”la mappa dell’Iran”) è descritta come “sacra” per la popolazione, suggerendo che qualsiasi governo di transizione dovrà prioritizzare la difesa della sovranità per mantenere la legittimità popolare.
Federalismo come Soluzione: alcuni analisti suggeriscono che l'unico modo per evitare una guerra civile possa essere il passaggio a uno Stato Federale. Se il nuovo governo centrale dovesse tentare di imporre un'autorità unitaria troppo rigida, si rischierebbe una frammentazione simile a quella siriana, con la nascita di "spazi non governati" sfruttabili da gruppi radicali.
8. Riassemblaggio Geopolitico e Alleanze
La caduta della Repubblica Islamica innescherebbe un terremoto negli allineamenti globali:
Stati Uniti e Israele: I testi documentali pongono l’onere della stabilità su Washington e Tel Aviv (riferendosi alle amministrazioni Trump e Netanyahu). La sfida per l’Occidente sarà passare da una strategia di “pressione massima” a una di “supporto alla sovranità”. Un Iran democratico e sovrano potrebbe reintegrarsi nella comunità internazionale, ma solo se l’intervento esterno non verrà percepito come un’occupazione o un tentativo di smembramento.
La Russia e la perdita del “polmone militare” e logistico: per il Cremlino, la Repubblica Islamica è stata un partner vitale, specialmente dopo l'invasione dell'Ucraina del 2022. La sua caduta comporterebbe:
Crisi degli approvvigionamenti bellici: L'Iran è stato il principale fornitore di droni (Shahed) e missili balistici per lo sforzo bellico russo. Un nuovo governo filo-occidentale o neutrale interromperebbe immediatamente questi flussi, costringendo Mosca a cercare alternative più costose (Corea del Nord) o a dipendere totalmente dalla propria industria interna.
Interruzione dell'INSTC: Il Corridoio di Trasporto Nord-Sud, che collega la Russia all'India via Iran, è il progetto infrastrutturale chiave per aggirare le sanzioni. L'instabilità iraniana bloccherebbe questa arteria vitale, isolando ulteriormente l'economia russa.
Rischio di isolamento nel Caucaso: Teheran ha finora bilanciato l'influenza turca nel Caucaso e in Asia Centrale. Senza questo contrappeso, la Russia perderebbe influenza a favore di Ankara in regioni che considera il proprio "estero vicino".
La Cina, pragmatismo e sicurezza energetica: a differenza di Mosca, Pechino vede l’Iran principalmente attraverso la lente economica e della stabilità energetica.
Il dilemma del petrolio: La Cina è il più grande acquirente di greggio iraniano (spesso a prezzi scontati). Una transizione violenta minaccerebbe lo Stretto di Hormuz, vitale per l’economia cinese. Tuttavia, Pechino è probabilmente pronta a riconoscere qualsiasi nuovo governo capace di garantire la continuità delle forniture.
Sostituzione dell’Elite: Gli analisti suggeriscono che la Cina preferirebbe uno scenario di “transizione controllata” verso una giunta militare nazionalista (post-clericale) piuttosto che una democrazia liberale. Pechino ha già dimostrato di poter collaborare con regimi di ogni colore politico, purché garantiscano la protezione degli investimenti della Belt and Road Initiative.
Distanziamento strategico: Durante le crisi militari del 2025, Pechino ha mantenuto una neutralità cauta, evitando di intervenire a difesa del regime. Questo indica che la Cina non è disposta a sacrificare i propri rapporti con l’Occidente o con le monarchie del Golfo per salvare gli Ayatollah.
9. Impatti sul Terrorismo e Sicurezza Regionale
La fine del regime comporterebbe un mutamento radicale nella natura delle minacce terroristiche:
Implosione del “Proxy Network”: La rete di milizie sciite (Hezbollah, Houthi, milizie irachene) perderebbe il suo “polmone” finanziario e ideologico. Ciò ridurrebbe drasticamente il terrorismo di matrice statale sponsorizzato da Teheran, portando probabilmente al disarmo o alla localizzazione di questi gruppi.
La Minaccia Sunnita (ISIS e Talebani): Il vuoto di sicurezza nelle zone periferiche (specialmente al confine afghano e pakistano) potrebbe essere sfruttato da gruppi jihadisti sunniti come l’ISIS-K o dai Talebani. Senza i Pasdaran a presidiare i confini orientali, l’Iran potrebbe diventare, paradossalmente, un nuovo teatro di operazioni per il jihadismo sunnita, richiedendo una cooperazione di sicurezza inedita tra il nuovo governo iraniano e l’Occidente.
Rischio di “Terrorismo del Caos”: Il pericolo immediato sarebbe la frammentazione dei gruppi proxy. Cellule radicali rimaste senza stipendio e guida potrebbero vendersi al miglior offerente o darsi al crimine transnazionale, rendendo la minaccia terroristica più imprevedibile e difficile da mappare rispetto a quella gestita centralmente da Teheran.
Da questo consegue che la caduta della Repubblica Islamica nel 2026 non sarebbe un evento isolato, ma un cataclisma geopolitico capace di ridefinire i confini e le priorità di tutti i Paesi confinanti. Se per alcuni attori rappresenta la fine di una minaccia esistenziale, per altri (come Iraq e Afghanistan) prefigura il rischio di un “contagio” di instabilità.
10. Iraq: Il rischio di “vuoto e vendetta”
L’Iraq è il Paese più vulnerabile a un collasso di Teheran, a causa dell’integrazione profonda tra le milizie irachene e i Pasdaran.
Guerra civile delle milizie: Il network Hashd al-Shaabi (PMF) perderebbe il coordinamento strategico e i fondi. Ciò potrebbe scatenare lotte intestine per il controllo del territorio iracheno o attacchi preventivi da parte di forze anti-iraniane interne.
Tensioni religiose: Gli analisti osservano già nel 2026 un “antagonismo generazionale” tra gli sciiti iracheni e quelli iraniani, alimentato dal coinvolgimento di milizie irachene nella repressione delle proteste a Teheran.
11. Afghanistan e Pakistan: L’instabilità orientale
La frontiera orientale dell’Iran diventerebbe un fronte di massima allerta per la sicurezza globale:
Fuga dei rifugiati: Una transizione caotica spingerebbe milioni di iraniani verso il Pakistan e la Turchia, creando una crisi umanitaria senza precedenti lungo il “corridoio dei profughi”.
Rinascita del Jihadismo: Il vuoto di potere nel Sistan-Baluchistan favorirebbe gruppi come Jaish al-Adl e lo Stato Islamico (ISIS-K). Il Pakistan, già alle prese con l’insorgenza baluarda interna, teme che un Iran frammentato funga da santuario per i separatisti che operano su entrambi i lati del confine.
12. Turchia: Tra ambizioni e timore curdo
Ankara guarda alla caduta del regime con sentimenti ambivalenti:
Il “Dilemma Curdo”: La preoccupazione principale è che il vuoto di potere permetta ai curdi iraniani (PJAK) di stabilire zone autonome, incoraggiando le aspirazioni separatiste in Turchia. Ankara potrebbe intervenire militarmente nel nord dell’Iran per prevenire la creazione di un’entità curda transfrontaliera.
Egemonia Regionale: La fine dell’influenza iraniana in Siria e Iraq lascerebbe alla Turchia il ruolo di principale potenza sunnita non araba nell’area, permettendole di espandere il proprio raggio d’azione economico e militare.
13. Le Monarchie del Golfo: Arabia Saudita ed Emirati
Per Riyadh, la fine del regime iraniano è l’obiettivo strategico di un decennio, ma i rischi restano elevati:
Sicurezza delle Infrastrutture: Le monarchie temono “colpi di coda” (attacchi a sorpresa a pozzi petroliferi e desalinizzatori) da parte di fazioni dei Pasdaran in rotta.
Il “Modello Singapore”: Paesi come il Bahrein e gli Emirati prevedono un boom economico in caso di normalizzazione, ipotizzando che l’Iran diventi un mercato immenso per gli investimenti, a patto che la transizione sia ordinata.
14. Israele: La fine dell’Asse ma non della minaccia
Israele vedrebbe crollare l’architettura dei suoi nemici (Hezbollah e Hamas), ma gli esperti avvertono che un Iran “balcanizzato” potrebbe essere più difficile da monitorare rispetto a uno Stato centralizzato. Il timore principale riguarda la dispersione dell’arsenale missilistico e nucleare tra vari signori della guerra o fazioni militari radicali.
L’attuale scenario geopolitico iraniano, caratterizzato da una sollevazione popolare di portata storica iniziata nel dicembre 2025, proietta ombre critiche sulla tenuta della catena di comando e controllo (C2) degli assetti strategici del Paese.
In un’ottica di analisi militare di alto livello, l’eventuale erosione del potere centrale a Teheran non rappresenterebbe solo un mutamento di regime, ma un rischio di proliferazione incontrollata e di degradazione della sicurezza nucleare senza precedenti.
15. Vulnerabilità dell’Arsenale Missilistico
L’Iran possiede il più vasto e diversificato arsenale di missili balistici del Medio Oriente. In caso di collasso del potere centrale, i rischi principali si articolano su tre livelli tattico-operativi:
Frammentazione della Catena di Comando: I missili a lungo raggio (come lo Shahab-3 o il Sejjil) sono sotto il controllo esclusivo dell’IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Un collasso verticale potrebbe portare a “feudi militari” dove comandanti locali mantengono il controllo di silos e basi sotterranee (le cosiddette “città missilistiche”), utilizzandoli come moneta di scambio o strumenti di ricatto politico.
Proliferazione verso Attori Non-Statali: La perdita di controllo logistico faciliterebbe il trasferimento di sistemi mobili (TEL - Transporter Erector Launcher) e missili a corto raggio (classe Fateh/Zolfaghar) a milizie irregolari o gruppi terroristici regionali, privi dei protocolli di sicurezza statali.
Obsolescenza e Rischio Incidentale: Senza la manutenzione centralizzata e la gestione tecnica dei propellenti (spesso altamente tossici e instabili, come nel caso dei propellenti liquidi), i siti di stoccaggio potrebbero diventare bombe ecologiche o soggetti a detonazioni accidentali in aree densamente popolate.
Il dossier nucleare rappresenta la criticità maggiore. Nonostante i danni subiti dai raid della coalizione nel giugno 2025, l’Iran mantiene riserve significative di uranio arricchito (fino al 60% e oltre).
16. Analisi dei Rischi Nucleari. Dottrina della “Deterrenza Disperata”
In una fase di agonia del regime, esiste il rischio dottrinale che le frange più radicali dell’IRGC possano attuare una strategia di “Scelta di Sansone”. Se la sopravvivenza del sistema è compromessa, la tentazione di impiegare l’arsenale missilistico contro obiettivi regionali per forzare un intervento esterno (e quindi ricompattare il fronte interno contro un “invasore”) diventa un’opzione reale e pericolosa.
In uno scenario di anarchia o collasso del potere centrale, i fattori di rischio legati al programma nucleare iraniano si declinerebbero secondo tre direttrici critiche:
Gestione del Materiale Fissile: Si profilerebbe un elevato rischio di furto o contrabbando delle riserve di uranio arricchito. Tali materiali potrebbero essere sottratti per la creazione di RDD (Radiological Dispersal Devices), comunemente note come “bombe sporche”, rappresentando una minaccia terroristica globale di primo ordine.
Sicurezza dei Siti Sotterranei: Complessi strategici come la struttura di Fordow, essendo incassati profondamente nella roccia, rischierebbero di trasformarsi in fortezze autonome. In assenza di un’autorità statale cooperante, tali siti diverrebbero virtualmente impossibili da monitorare per gli ispettori dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica).
Integrità e Sabotaggio Tecnico: La potenziale interruzione o cessazione del monitoraggio costante dei sistemi di raffreddamento e delle cascate di centrifughe comporterebbe pericoli strutturali. Senza una supervisione tecnica centralizzata, il degrado degli impianti potrebbe innescare incidenti radiologici critici con conseguenze ambientali e sanitarie imprevedibili.
Nota Analitica: La comunità internazionale monitora con estrema attenzione i segnali di “defection” (diserzione) all’interno delle unità speciali dedicate alla custodia dei materiali fissili. La stabilità di queste unità è l’unico diaframma rimasto tra lo stato attuale e uno scenario di proliferazione nucleare selvaggia.
Sintesi
In conclusione, l’analisi delinea un Iran a un bivio storico: da un lato, la possibilità di una rinascita democratica guidata da una coalizione tecnocratica e figure simboliche (Pahlavi, Mohammadi); dall’altro, il rischio concreto di uno scenario siriano o libico, aggravato da pressioni separatiste e dall’interferenza di potenze rivali. La variabile determinante sarà la capacità della leadership di transizione di mantenere il monopolio della forza e l’unità territoriale, trasformando la fine della Repubblica Islamica non in un crollo dello Stato, ma nella sua evoluzione.
L'Iran del "dopo" non sarà un foglio bianco, ma uno Stato con una forte coscienza nazionale e istituzioni radicate. La sfida politica interna sarà quella di passare da un sistema di "potere ideologico" a uno di "potere legale-razionale", dove la sovranità appartiene alla cittadinanza e non più alla figura del Rahbar (Guida Suprema).
Se questo processo riuscirà a integrare le minoranze e a stabilizzare l'economia nei primi 12-18 mesi, l'Iran potrebbe rapidamente trasformarsi da principale elemento di instabilità mediorientale a pilastro di una nuova architettura di sicurezza regionale.
Riferimenti Strategici e Fonti Bibliografiche
Per approfondire le dinamiche trattate in questa analisi, consiglio la consultazione dei seguenti report istituzionali e studi di intelligence:
1. Sicurezza Nucleare e Rischi di Proliferazione
AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), Rapporto del Consiglio dei Governatori (Aggiornamento Maggio 2025): Per i dati tecnici sulle scorte di uranio arricchito (HEU) e sullo stato operativo delle cascate di centrifughe IR-6 presso il sito di Fordow.
Institute for Science and International Security (ISIS): “The Breakout Clock: Iran’s Nuclear Trajectory in an Unstable State Scenario.” Uno studio fondamentale sui rischi di diversione del materiale fissile in caso di rottura della catena di comando centrale (C2).
Nuclear Threat Initiative (NTI): Indice sulla sicurezza dei materiali radiologici e protocolli di prevenzione per la proliferazione di RDD (Radiological Dispersal Devices).
2. Arsenale Missilistico e Struttura dell’IRGC
IISS (International Institute for Strategic Studies), The Military Balance 2026: Database primario sulle specifiche tecniche delle famiglie di missili Sejjil e Zolfaghar e sulla distribuzione geografica delle basi sotterranee.
CSIS (Center for Strategic and International Studies) - Missile Defense Project: “Iran’s Underground Missile Cities”. Un’analisi dei protocolli di lancio decentralizzati e del ruolo dei sistemi mobili TEL (Transporter Erector Launchers).
Hudson Institute: “The IRGC after the 2025 Kinetic Strikes”. Analisi della resilienza operativa delle Guardie della Rivoluzione dopo le operazioni cinetiche della metà del 2025.
3. Allineamenti Geopolitici e Sicurezza Regionale
SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute): Rapporti sui trasferimenti di armamenti e l’impatto di un collasso iraniano sulla catena di approvvigionamento dei droni Shahed verso la Federazione Russa.
Council on Foreign Relations (CFR): “Post-Islamic Republic Scenarios: From Federalism to Balkanization”. Valutazione dei movimenti etno-nazionalisti (Curdi, Baluci, Azeri) e delle sfide all’integrità territoriale.
Washington Institute for Near East Policy: Studio sulla dottrina della “Scelta di Sansone” e sui rischi di escalation regionale guidata da fazioni radicali.
4. Governance della Transizione ed Economia
Banca Mondiale / FMI (2025): Proiezioni sull’impatto della revoca delle sanzioni e della reintegrazione dell’Iran nel sistema di pagamenti globali SWIFT.
Journal of Democracy: “The Pahlavi Catalyst”. Analisi del modello del Consiglio Transitorio di 24 mesi e della resilienza delle istituzioni pre-1979.
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Nota Metodologica
Questa analisi è stata sintetizzata incrociando dati di intelligence open-source (OSINT), analisi di immagini satellitari dei siti strategici (Natanz, Fordow e basi IRGC) e precedenti storici di collasso statale nell’area MENA (Iraq 2003, Libia 2011). Le proiezioni per il 2026 assumono una continua degradazione della legittimità ideologica del Velayat-e Faqih a fronte di una resistenza civile strutturata.





Comandante, avevo la sensazione che lei fosse molto più che un tecnico, questo suo nuovo articolo la pone fra i migliori analisti e fra i migliori comunicatori di questi argomenti, azzardo, un Piero Angela di questioni militari. Sapevo che avrebbe alla fine rivelato la sua grande esperienza e la sua passione per “ l’istruzione “ anche di non addetti ai lavori, dovrebbe prendere in seria considerazione di cominciare, se non lo ha già fatto, a insegnare a noi tutti come leggere gli avvenimenti di geopolitica, per l’articolo qui sopra, complimenti davvero 👏👏👏
Di nuovo, grazie per queste approfondite, documentate e assolutamente professionali analisi. Non si trova nulla di simile sui mezzi di informazione!