Panama City, 13 agosto 2026. L'altro ieri. L'occasione è una missione diplomatica a cui partecipa anche il Segretario della Guerra americano. Nello stesso momento in cui Hegseth parla con i giornalisti, la USS Abraham Lincoln, una delle undici portaerei della marina degli Stati Uniti, è nel Mar Arabico da 250 giorni e non ha attraccato a un porto da oltre 200 giorni. La cronaca riporta che un membro dell'equipaggio è caduto in mare nei primi giorni di agosto ed è stato recuperato. Il Senato americano ha inviato una serie di domande al Pentagono la cui risposta è prevista entro il 27 agosto. Una di queste domande chiede, senza giri di parole, quali siano gli obiettivi militari che impongono ancora il dispiegamento della Lincoln in zona di operazioni. Non è ancora pervenuta nessuna risposta ufficiale.
A bordo di una nave della marina americana a Panama City, Hegseth dichiara che il blocco navale all'Iran può essere mantenuto "indefinitamente". Questo perché "ruoteremo le navi come abbiamo già fatto e continueremo a fare".
I duecento giorni senza scalo non sono solo dovuti a cattiva pianificazione o esigenze di servizio, ma anche al fatto che gli iraniani hanno distrutto la base navale americana in Bahrain nel primo giorno di guerra. L'alternativa più vicina, il porto emiratino di Fujairah sul Golfo di Oman, rimaneva nel raggio operativo dei missili iraniani. Per cui si è scelto di appoggiarsi alla base britannica di Diego Garcia, nell'Oceano Indiano, a 3.500 chilometri dalla zona operativa. Il che complica i rifornimenti e la consegna di ricambi per la manutenzione.
La dichiarazione di Hegseth è assertiva nello stile di questa amministrazione. Può essere utile fare un ragionamento tecnico per verificarla. Gli Stati Uniti, come detto prima, posseggono undici portaerei. Nel 2027 è previsto il ritiro della Nimitz per fine servizio. Un numero impressionante considerando la complessità tecnologica di queste unità e il dispositivo di difesa che serve per proteggerne l'impiego in zona di combattimento. Poche marine militari al mondo schierano portaerei. Si contano circa 22 unità, non tutte operative. Quelle americane sono quasi la metà dell'intera flotta mondiale. Il numero sembra molto grande fino a quando non lo si scompone: la Lincoln è in teatro mediorientale da 250 giorni ed è in esaurimento operativo. Sta operando insieme alla USS George H.W. Bush (CVN-77) dispiegata dal 31 marzo. La USS George Washington (CVN-73) è in transito dallo Stretto di Malacca, proveniente dal Mar Cinese Meridionale verso lo Stretto di Hormuz. In pratica, tre delle undici unità statunitensi sono impegnate nel conflitto con l'Iran. La USS Gerald R. Ford ha completato 326 giorni di navigazione. Cosa che si configura come un record assoluto dall'era post-Vietnam. Risulta rientrata a Norfolk in maggio per un ciclo di manutenzione esteso. La pratica tradizionale di deployment della marina degli Stati Uniti prevede cicli di sei-sette mesi con scali portuali regolari. Questi sono necessari per operazioni di manutenzione, verifica, rifornimento e per consentire all'equipaggio un recupero fisico e mentale. Se un’unità supera questo limite, generalmente richiede cicli di manutenzione più lunghi e questo senza contare i danni inflitti alla condizione fisica e psicologica dell'equipaggio. Il ciclo di rotazione che lascia presupporre Hegseth non sembra così semplice da realizzare. Ogni unità che sarà coinvolta in missioni con le tempistiche del teatro mediorientale richiederà cicli di ripristino molto più lunghi di quelli normalmente previsti.
Gli Stati Uniti sono una potenza mondiale. La loro esigenza di proiezione sui vari quadranti tattici può essere seriamente compromessa se quattro portaerei sono già state consumate o sono in consumo nel conflitto con l'Iran. A dirlo non sono solo io, ma anche Bryan Clark, già ufficiale di marina e oggi senior fellow all'Hudson Institute, che stima tre anni per riportare la flotta alla prontezza operativa ideale dopo questo ciclo. L'ammiraglio Mike Franken, già ammiraglio della marina americana, è ancora più netto. Secondo lui, i primi due anni dell'amministrazione Trump influenzeranno certamente il futuro a medio termine.
Prima ho detto che una portaerei è un sistema complesso. Do qualche numero per far comprendere il perché. Si tratta di piattaforme in cui la navigazione e i servizi a bordo sono garantiti da una sorgente nucleare. Stazzano intorno alle 100.000 tonnellate. L'equipaggio conta circa 5.000 effettivi. Trasportano 70-80 aeromobili, dispiegano sistemi d'arma integrati ad altissima tecnologia e il sistema di propulsione richiede manutenzione programmata con anni di anticipo. Anche le manutenzioni sono complesse e i cantieri americani non sono dimensionati per il carico di lavoro che gli sta imponendo la crisi iraniana. Quando sono al lavoro su un'unità, le altre, per le quali è richiesta la stessa manutenzione, aspettano in fila.
In questo scenario, Hung Cao, Segretario della Marina ad interim, ha comunicato alle famiglie dei marinai riunite a San Diego che la nave che sostituirà la Lincoln sarà la USS Theodore Roosevelt. WSJ e NYT del 13 agosto parlano invece della USS George Washington. La Theodore Roosevelt è la portaerei tecnologicamente più avanzata della flotta essendo la prima unità equipaggiata con l'Unmanned Air Warfare Center per il drone da rifornimento MQ-25A Stingray, operativo da marzo 2026. Quello che a tutta evidenza sembra un cambio in corso non è stato spiegato da nessuna fonte ufficiale.
L'analisi non è completa senza una valutazione dell'efficacia tattica del blocco navale americano. Lo Stretto di Hormuz è una risorsa indispensabile per tutti i paesi del Golfo Persico. Il traffico petrolifero iraniano è stato sicuramente compromesso e, in questo senso, la manovra ha prodotto risultati misurabili sul piano economico. Fino a questo punto, la dichiarazione di Hegseth regge. Il blocco navale soffoca l'economia iraniana, ma non la blocca del tutto lasciandole un margine di resilienza che, al momento, è impossibile stimare con certezza. Nel frattempo, il 13 agosto l'Iran ha attaccato due navi della ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company, compagnia petrolifera di stato degli Emirati Arabi Uniti) in transito nello Stretto, mentre l'accordo di giugno sulla sospensione del blocco appare definitivamente superato. Non si ha notizia di negoziati attivi e le condizioni di Teheran sono rimaste immutate: rimozione del blocco navale, sblocco degli asset congelati e cessazione delle sanzioni. A specifica domanda, Hegseth si rifiuta persino di commentare se il cessate il fuoco di aprile sia stato un errore.
Il blocco navale americano è uno strumento di pressione, non un'arma risolutiva. I suoi effetti sono sostanzialmente economici, concentrati sull'Iran, ma distribuiti anche sui mercati internazionali, Stati Uniti compresi. L'aspetto è politicamente rilevante perché il presidente Trump affronta le midterm con i sondaggi in calo e i prezzi alla pompa in salita. Una combinazione che rende il blocco navale anche un problema elettorale. Sul piano militare, gli effetti sono ambigui. Non esiste la certezza che la pressione possa produrre la resa di Teheran. Al contrario, questa situazione può diventare addirittura uno stimolo motivazionale. Il generale di brigata Mohammad Reza Naqdi, consigliere del comandante dei Pasdaran, ha dichiarato a PBS News Hour che "l'esercito americano è più debole di quanto pensassimo". Si tratta sicuramente di una dichiarazione di parte, ma al momento non si percepisce alcuna manifestazione di cedimento nell'atteggiamento iraniano. Anzi, Teheran ha appena rinnovato la propria leadership militare nominando figure più intransigenti, tra cui Mohsen Rezaei come segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale.
Scott Bessent, Segretario del Tesoro americano, annuncia per la settimana prossima misure di pressione economica sull'Iran "come non se ne sono mai viste nella storia dell'isolamento economico di un paese".
La mia impressione è che si acceleri la pressione finanziaria soprattutto perché quella militare si è, da tempo, esaurita. Più che una escalation, siamo di fronte a un ripiego.
Dal campo di battaglia arrivano segnali chiari. Il Washington Post riporta che i comandanti americani hanno mutato le loro tattiche difensive. Quando la traiettoria di un missile nemico in arrivo lascia prevedere che non causerà danni, il missile viene lasciato passare per risparmiare intercettori. Nei fatti, è già in atto un razionamento, mentre non si hanno certezze sulle consistenze dell'arsenale iraniano residuo.
In sei mesi risultano persi 45 MQ-9 Reaper. Si tratta di droni da ricognizione e attacco dal costo unitario di 30-50 milioni di dollari. Prima dell'inizio del conflitto, ne erano disponibili 185 unità in totale. Il 25% è stato consumato nel Golfo. Un’aliquota consistente, relativa a una risorsa indispensabile su tutti i teatri operativi, per un conflitto regionale limitato. A maggio il generale di brigata David Tabor ha riferito al Senato che la flotta è scesa a circa 135 unità e ha dichiarato di essere "preoccupato".
I Reaper non sono stati tutti abbattuti. Una quota non specificata è stata persa per interruzione del collegamento di comunicazione con gli operatori. Questi velivoli svolgono un ruolo di osservazione indispensabile sullo Stretto. Meno Reaper vuol dire vista più limitata per la marina americana.
Sono già note e ampiamente discusse le cifre relative al consumo di intercettori oltre ai tempi industriali necessari per il ripristino delle consistenze degli arsenali. A questo punto appare più chiaro il motivo per il quale all'offensiva militare si stiano affiancando le misure economiche di Bessent. Non si tratta di strategia, ma di piano B.
Ora proviamo a guardare le cose da una distanza maggiore per capire come questo dislocamento di portaerei influisce sul quadro strategico globale. La USS George Washington era dispiegata nel Mar Cinese Meridionale con funzione di deterrenza verso Pechino. La deterrenza si esplicita non solo con la minaccia militare, ma anche con la presenza. La portaerei aveva fatto scalo in Vietnam per trasmettere un segnale diplomatico preciso a un paese che Pechino considera nella propria sfera di influenza. La mossa apre un vuoto nell'Indo-Pacifico che non è solo militare, ma anche diplomatico. La presenza navale americana nel Pacifico non è decorativa. È il linguaggio con cui gli Stati Uniti comunicano agli alleati regionali, Filippine e Giappone in testa, che la garanzia di sicurezza americana è reale e presente. Si tratta di un'opportunità ceduta alla Cina, che in questo stesso momento proietta la propria portaerei nella stessa regione.
Se non bastasse, aggiungerei un dettaglio che potrei definire di colore se non avesse risvolti tecnici ed economici importanti. Il 13 agosto Trump ha firmato un memorandum di sicurezza nazionale che ordina alla marina americana di rimuovere il sistema EMALS (Electromagnetic Aircraft Launch System, sistema di catapulta elettromagnetica) dalla classe Ford e tornare alle catapulte a vapore. Stiamo parlando dei dispositivi che accelerano gli aerei in fase di decollo per compensare la ridotta lunghezza del ponte. Questa decisione nasce da una promessa che Trump fece durante il primo mandato, dopo aver sentito un marinaio elogiare le vecchie catapulte. Da allora la Marina ha cercato di resistere per anni, per ragioni tecniche ed economiche precise. Il costo di esercizio dell’EMALS è circa 100 milioni di dollari in meno all’anno rispetto alle catapulte a vapore e imbarca 500 marinai in meno grazie alla minore necessità di tecnici. General Atomics, produttore dell’EMALS, segnala che i lavori per la quarta nave della classe, la USS Doris Miller (consegna prevista 2034), sono già al 50%. Cambiare ora introduce “significativi rischi di costo, tempi e integrazione.” Il costo complessivo della riprogettazione: miliardi di dollari. Da notare che la Cina equipaggia le sue portaerei più recenti con catapulte elettromagnetiche. La Francia farà lo stesso sulla nuova portaerei in costruzione. Gli Stati Uniti tornano al vapore mentre i competitori vanno nella direzione opposta. Il memorandum viene firmato nel momento peggiore: la flotta è sotto la massima pressione operativa della sua storia recente, con i cicli di manutenzione già allungati dai turni di rotazione prolungati in teatro.
Hegseth ha parlato di un blocco dalla lunghezza indefinita. Questo limite temporale esteso presuppone una flotta integra, turni di rotazione regolari, arsenali che si ricostituiscono in tempi compatibili con le esigenze operative, basi di appoggio prossime al teatro operativo e una strategia politica che preveda una condizione finale definita. Nessuna di queste condizioni è soddisfatta. Il blocco navale comprime l’economia iraniana, ma non induce la resa dell’Iran o, comunque, non in tempi compatibili con la situazione politica americana e le esigenze energetiche dei mercati.
Contemporaneamente quel blocco consuma portaerei, droni, intercettori ed erode la credibilità strategica americana nel Pacifico. Le stime degli analisti dicono che il conto di questa dissipazione tecnologica e strategica non sarà presentato a questa amministrazione, ma alla prossima. La persona che prenderà il posto di Trump dovrà gestire i debiti lasciati dalla sua eredità: erosione della flotta, cantieri intasati, ricostruzione degli arsenali e un margine di manovra molto ridotto nel Pacifico. Chi erediterà questa flotta non avrà la stessa libertà di manovra di chi l’ha consumata.
Fonti
Sammy Westfall, “As poor conditions are reported on USS Abraham Lincoln, Democrats demand answers,” The Washington Post, 13 agosto 2026.
Natalie Oliverio, “Multiple USS Abraham Lincoln sailors have tried to go overboard amid extended deployment, families say,” Military Times, 12 agosto 2026.
Natalie Oliverio, “Senator presses Navy for answers on USS Abraham Lincoln deployment,” Military Times, 13 agosto 2026.
John Ismay, “Navy Carrier’s Problems Are Tied to Attacks on U.S. Base Early in War,” The New York Times, 14 agosto 2026.
Patty Nieberg, “Navy denies reports of deteriorating mental health aboard USS Abraham Lincoln,” Task & Purpose, 12 agosto 2026.
Richard Blumenthal, lettera a Pete Hegseth e Hung Cao, United States Senate, 12 agosto 2026.
Konstantin Toropin/Associated Press, “US aircraft carrier arrives in Middle East amid Iran tensions,” Military Times, 26 gennaio 2026.
Claire Barrett, “USS Theodore Roosevelt becomes first carrier with built-in Unmanned Air Warfare Center,” Navy Times, 10 agosto 2026.
Shelby Holliday e Yoko Kubota, “U.S. Sending Fresh Aircraft Carrier to Middle East Amid Iran War Strain,” The Wall Street Journal, 13 agosto 2026.
Marcus Weisgerber, “Trump Orders Navy to Restore Older Tech on Aircraft Carriers, Costing Billions,” The Wall Street Journal, 13 agosto 2026.
John Ismay, Helene Cooper ed Eric Schmitt, “Concerns Grow Over Conditions on Navy Carrier,” The New York Times, 13 agosto 2026.
Phil Stewart e Idrees Ali, “US says it can keep naval blockade on Iran ‘indefinitely,’ vows more economic pressure,” Reuters, 13 agosto 2026.
Tara Copp e Noah Robertson, “U.S. military has lost roughly 25% of its Reaper drones as Iran war depletes arsenal,” The Washington Post, 13 agosto 2026.
John Haltiwanger e Rishi Iyengar, “The Iran War Has Left the U.S. Dangerously Exposed,” Foreign Policy, 13 agosto 2026.




Se il prossimo presidente sarà Vance o qualcuno "dei suoi", dovremmo prepararci fin da ora. Il peggio, probabilmente, deve ancora venire. Buon Ferragosto K, e grazie.
Comandante grazie e buon ferragosto. Fare la sentinella in tempo di pace relativa é una cosa, farlo in tempi come questi, è un’altra cosa. Credo che gli Stati Uniti abbiano già scelto dove proietteranno le loro attenzioni in futuro. Tocca sbrigarci (lo so continuo a dirlo ma è estremamente necessario).